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Storia di Ibrahim: neocolonialismo, prassi illegali e razzismo sistemico come macigni sulla vita dei rifugiati

Un vero e proprio sistema di discriminazioni, prassi illegali e razzismo sistemico si accanisce sulla vita di chi migra e sui richiedenti protezione e asilo.

La storia di un ragazzo maliano, documentata dal team di Pensare Migrante Legal Aid ne è un perfetto, drammatico esempio.

Abbiamo conosciuto Ibrahim durante la nostra attività di supporto legale in strada nell’inverno del 2019: nonostante il freddo tagliente, Ibrahim viveva accampato in una tenda vicino alla stazione Tiburtina, arrangiandosi alla meglio per sopravvivere. Si è presentato al nostro team legale con un decreto di espulsione che lo “invitava” a lasciare l’Italia per tornare al suo paese, il Mali.

Sì, il Mali, uno degli stati africani in cui il sovrapporsi di serie criticità sociali ed economiche, conflitti tribali e religiosi – conseguenze concrete delle politiche neocoloniali europee – costringe migliaia di persone a mettersi in salvo cercando rifugio negli Stati limitrofi o in Europa.

Una crisi umanitaria che coinvolge tutta l’area del Sahel a lungo ignorata e progressivo peggioramento.

Il suo viaggio verso l’Italia è iniziato nel 2015, quando la situazione del paese sub-sahariano precipita: la conta dei morti per gli attacchi jihadisti nelle strade cresce di giorno in giorno. Così Ibrahim cerca di mettersi in salvo: arriva in Libia, attraversa il Mediterraneo e arriva finalmente Europa, in cui presenta una domanda di protezione internazionale.

Vorrebbe tirare un sospiro di sollievo, ma non può. La sua domanda viene respinta dalla Commissione Territoriale.

Cosa significa questo per un richiedente protezione? Con il diniego, a causa dei decreti sicurezza, il cosiddetto DL salvini, insieme alla possibilità di ottenere protezione, il richiedente perdeva anche il diritto all’accoglienza. Così Ibrahim finisce in strada, dove rimarrà a lungo, dove lo abbiamo conosciuto, dove è stato costretto a vivere anche quando il mondo è rimasto chiuso a casa per i protocolli sanitari imposti dalla pandemia.

Sembra che per lui non ci sia, d’altronde, altra possibilità: una nuova domanda con un decreto di espulsione, al quale nel frattempo se ne è aggiunto un secondo, ha le stesse eventualità di successo di un terno al lotto. Nella prima stesura del decreto sicurezza e immigrazione infatti – ancora in vigore quando abbiamo conosciuto Ibrahim – i diritti dei richiedenti asilo che intendevano inoltrare una nuova valutazione della loro domanda avevano subito gravi violazioni oltre a un rallentamento spropositato dei tempi di valutazione della legittimità del “foglio di via”. Il viaggio in cerca di protezione di Ibrahim rimane perciò sospeso nel limbo della vita in strada a Roma.

Circa 8 mesi dopo il ricorso si accende una luce: i decreti sicurezza vengono dichiarati illegittimi e con la loro riforma si presenta ad Ibrahim la possibilità di reiterare la domanda di protezione, considerato anche il peggioramento delle condizioni di vita in Mali e l’acuirsi del conflitto nella zona dalla quale proviene, Mopti.

Carico di nuove speranze Ibrahim si reca in questura, ma ogni volta che si presenta agli sportelli dell’Ufficio Immigrazione, dopo notti insonni e file insostenibili, viene rimandato indietro una, due, tre volte, senza alcun motivo, impedendogli di fatto di presentare la reiterata della sua domanda di protezione.

Un vero e proprio mobbing che ricalca il pensiero “se gli rendiamo la vita facile a questi ce li ritroviamo tutti qui” udito spesso all’ingresso degli Uffici di via Patini. In questi anni di esperienza sul campo, abbiamo imparato che anche quando pensi che l’evidenza dei fatti e i fondamenti del Diritto siano dalla tua parte, non puoi stare sereno: se sei un richiedente devi fare i conti anche con le pessime prassi della questura.

A questo punto non ci resta che presentare ricorso al Tribunale di Roma che, con una procedura urgente, censura il comportamento dell’Ufficio Immigrazione ordinandogli di prendere l’istanza di protezione internazionale.

Uno a zero per noi, ma questa non è una partita di calcio, è lotta per i diritti: crediamo sia giusto che Ibrahim venga inserito subito nel sistema di accoglienza e approfondendo i nostri studi infatti non troviamo alcuna legge, a dispetto delle prassi per le quali da anni si rifiuta l’accoglienza chi presenta una nuova istanza, che lo impedisca. Ibrahim ha diritto all’accoglienza.

La richiesta, presentata nell’estate del 2020 in relazione a quella di protezione internazionale, cade nel vuoto: ancora una gravissima omissione che segnaliamo diffidando le istituzioni competenti a provvedere.

La minaccia di un ricorso sortisce i suoi effetti e il suo diritto all’accoglienza viene confermato. Siamo a febbraio 2021 però, degli otto mesi passati in strada senza alcuna tutela e con la gravissima crisi sanitaria in atto, chi ne dovrà rispondere? Chi si assumerà di pagare per questo ritardo?

Ogni giorno il retaggio neo coloniale, le cattive prassi di accoglienza, il razzismo sistemico e le pratiche illegittime, di cui Ibrahim è solo una delle tante vittime, si accaniscono sulle vite di decine di persone migranti e richiedenti asilo.

Il giudice al quale ci rivolgeremo dovrà accertare di chi sono le responsabilità.

Approfondimenti:

Colpo di Stato in Mali: che cosa è successo? https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/colpo-di-stato-mali-che-cosa-e-successo-27190

Il nuovo Mali al centro dei nostri interessi- https://www.limesonline.com/il-nuovo-mali-al-centro-dei-nostri-interessi/119866

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