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L’ufficio immigrazione di Roma è ancora chiuso

Giovedì mattina, ore 7e15, periferia est di Roma.
Tre militari, mitra d’ordinanza in mano, allontanano le persone che si avvicinano all’ufficio immigrazione della questura di Roma, in via Teofilo Patini.
Sono richiedenti asilo, migranti in attesa di rinnovo del permesso di soggiorno, donne e uomini in cerca di informazioni per poter “regolarizzare la loro posizione sul territorio”. Sono costretti ad andarsene con le stesse domande con cui sono arrivati qui: chi ce l’ha torna a casa o nel centro di accoglienza in cui viene ospitato. Gli altri, in strada, dove si trovavano già durante la Fase 1, a dispetto di tutte le misure di tutela che le istituzioni dicevano di aver messo in campo per contrastare il contagio da COVID-19.
Le lunghe file che abitualmente si formano davanti all’ufficio immigrazione sono ora proibite e non c’è modo di ricevere informazioni né nuovi appuntamenti: le catena a doppia mandata che chiude i cancelli e le divise dei militari dicono chiaramente che qui non c’è volontà di garantire un diritto fondamentale a chi, tra mille difficoltà, vuole provare a vivere una vita libera.
Così è successo anche a Lassana, 30 anni, nato in Mali. Non gli è stato ancora consentito di presentare la richiesta d’asilo, nonostante in Mali non possa tornare.
Lassana si è visto recapitare un’espulsione dall’Italia per il fatto che gli sia stato impedito di presentare una richiesta reiterata di protezione internazionale, impossibilità già presente da molto prima dell’emergenza dovuta al COVID-19
Il governo ha aperto la fase due ma all’ufficio immigrazione della questura di Roma evidentemente non guardano le dirette di Conte e non leggono i giornali. Cosi sono rimasti chiusi e non lavorano.
Se lo fanno non rispettano le direttive, come per esempio quelle impartite dai loro diretti superiori con le circolari prot n. 0020359 del 9 marzo 2020 e prot.0000901 del 10 marzo, e ai sensi dell’ art. 103 D.L. n. 18 del 17.03.2020 convertito nella L. n. 27/2020 in combinato disposto con l’art. 37 comma 1 del D.L. n. 23 dell’8.04.2020, con le quali avrebbero dovuto garantire l’accesso quotidiano per le richieste di protezione internazionale e la riapertura degli uffici a partire dal 4 maggio, quantomeno per le informazioni che invece non vengono fornite.
Così siamo tornati al punto di partenza, anzi ancora più indietro. Diritti fondamentali violati, burocrazia usata come arma contro la vita degli esseri umani, abusi d’ufficio nella periferia remota della città, lontani da occhi indiscreti.
Oggi più di ieri è necessaria un’azione costante e indefessa di monitoraggio e denuncia contro le pratiche illegali che le istituzioni mettono in atto contro i migranti e le migranti. Noi continueremo a vigilare e ad impugnare questi abusi.

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