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Storia di S., la brutalità della burocrazia

S. viene da un Paese non sicuro, politicamente instabile, con zone ad alto rischio e continui scontri.
Arriva in Italia i primi di gennaio, non ha casa, non riceve alcuna accoglienza. Tenta di applicare la richiesta di protezione internazionale presso la questura di Roma più volte, ma la procedura non è semplice e le lunghe file per accedere non solo la complicano, sono sfiancanti: le persone migranti devono dormire in strada sin dalla sera prima, entrano solo venti persone al giorno e, se non sei tra quelle, devi tornare di nuovo.

Il 23 Gennaio S. si rivolge allo sportello legale: lo accompagniamo in questura senza esito e quindi inoltriamo una pec, perché possa richiedere asilo nel nostro Paese, ma di nuovo non riceviamo alcuna risposta. Così a Marzo proponiamo un ricorso, S. vince e finalmente un giudice ordina alla questura la presa in carico. I primi giorni di Maggio torniamo in questura con S. che riceve un cedolino, ma nessuna accoglienza, come invece prevede la legge. In questura la scientifica non lavora e S. non può essere fotosegnalato, quel cedolino dunque vale quanto carta straccia: gli viene dato un appuntamento a Giugno, ma nel frattempo in piena crisi sanitaria è costretto ancora a dormire in strada.
Una mattina di Maggio S. viene svegliato dalle forze dell’ordine, stanno sgomberando per l’ennesima volta le persone migranti che dormono alla stazione Tiburtina. Portato in questura viene privato del suo cedolino e in cambio riceve un decreto di espulsione. S. però non può essere espulso, perché nel suo paese focolai di guerra civile sono in continuo mutamento.
Intanto abbiamo promosso una prima azione legale, per stigmatizzare questo comportamento e ripristinare la sua richiesta di asilo. Tuttavia la storia di S. racconta la brutalità cieca della burocrazia, che la crisi sanitaria ha esacerbato, che offende e viola quei diritti fondamentali, previsti da norme nazionali e internazionali, a tutela della vita e della dignità umana. Continueremo a vigilare e denunciare finché le procedure, invece che garantire l’accesso ai diritti, saranno usate come arma per segregare le persone migranti, oggetto di abusi e omissioni.

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