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Imprigionato e torturato in Libia: il Tribunale di Roma riconosce la protezione speciale

Il Tribunale Ordinario di Roma riconosce la protezione speciale (ex umanitaria) a un cittadino senegalese, che ha comprovato la propria condizione di vulnerabilità in relazione alle torture e trattamenti inumani e degradanti subiti in Libia e nel paese di origine durante la sua adolescenza.
Leggi qui la SENTENZA DEL TRIBUNALE

Il Tribunale sottolinea come il DL 130/20 (nuova legge sull’Immigrazione) abbia modificato la portata ed il contenuto dell’art. 5 comma 6 D.LGS 286/98 ( *articolo abrogato nella parte relativa all’obbligo di protezione umanitaria dalla “riforma Salvini”* ) inserendo il “rispetto degli obblighi costituzionali o internazionali dello Stato Italiano” nella valutazione di un’espulsione, rafforzando il principio fondamentale di no refoulement, con la modifica dell’art 19: l’espulsione di un soggetto non è consentita “qualora esistano fondati motivi di ritenere che l’allontanamento dal territorio nazionale comporti una violazione del diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, a meno che esso non sia necessario per ragioni di sicurezza nazionale ovvero di ordine e sicurezza pubblica”, tenuto conto “della natura e della effettività dei vincoli familiari dell’interessato, del suo effettivo inserimento sociale in Italia, della durata del suo soggiorno nel territorio nazionale nonché dell’esistenza di legami familiari, culturali o sociali con il suo Paese d’origine”.

Ma oltre questa precisazione, la novità introdotta dalla presente sentenza deriva da un’attenta interpretazione della nuova normativa, la quale dispone che il permesso di soggiorno, anche se rifiutato o revocato, non può essere invece negato ove il diniego si traduca nella violazione di un obbligo costituzionale o internazionale, tra cui la Convenzione contro la tortura, adottata dall’assemblea generale dell’ONU il 10 dicembre 1984 e resa esecutiva in Italia con legge n. 489 del 3 novembre 1988.
 
In questo caso il ricorrente, un giovane senegalese che aveva avuto il rigetto da parte della Commissione Territoriale per il quale abbiamo predisposto una tutela giurisdizionale con l’Avvocato Alessandro Ferrara, è transitato in territorio libico dove è stato imprigionato subendo torture e maltrattamenti, attestati dalla documentazione medica prodotta che attesta altresì la necessità di un percorso terapeutico farmacologico e psicologico. Inoltre la sua condizione di vulnerabilità è aggravata dalle violenze e maltrattamenti subiti nel paese di origine quando da bambino ha frequentato la scuola coranica.
 
Il giudice sentenzia che la norma come modificata ammetta un certo rilievo, certamente non esclusivo, all’elemento dell’integrazione sociale ai fini della valutazione dell’esistenza di una situazione di vulnerabilità, in un combinato disposto tale da prevedere una misura di protezione:
“La riabilitazione richiesta per un soggetto vittima di tortura deve essere specifica perché finalizzata ad assicurare un pieno recupero fisico, psicologico e socio educativo della vittima;” (…) “l’art 14 della Convenzione contro la tortura, adottata dall’assemblea generale dell’ONU il 10 dicembre 1984 e resa esecutiva in Italia con legge n. 489 del 3 novembre 1988, prevede che gli Stati parte di tale convenzione (tra cui l’Italia) hanno l’obbligo di garantire, nei loro ordinamenti, alla vittima di un atto di tortura il diritto al risarcimento che comprenda i mezzi necessari ad una riabilitazione, la più completa possibile” (…) “Nel caso di specie dalla complessa situazione del richiedente nel suo paese di origine valutata congiuntamente al discreto livello di inserimento sociale e alla riabilitazione in atto nel nostro paese, si evince che il rientro in Senegal esporrebbe il richiedente ad una grave compromissione dei propri diritti umani.”
Una sentenza importante che apre ad una serie di tutele fino ad oggi previste non in modo strutturato.

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