denunce,  diritti,  donne migranti,  storie

“Il mio nome è Zam Zam”

“Il mio nome è Zam Zam, ho 4 anni”.
Con lei ci sono le sue tre sorelle, la mamma ed il padre che ha in braccio l’altro fratellino di 4 mesi.
Zam zam guarda lontano, qualche volta si ferma ad osservarci mentre siamo indaffarati in un parapiglia di telefonate in una lingua che non conosce. Appoggia il volto al pugno e perde di nuovo lo sguardo mentre ascolta una musica che viene dal telefono che segnala l’attesa di parlare con un operatore della sala operativa sociale.
Zam zam e la sua famiglia sono arrivati a Roma da oltre un mese e da allora vagano tra la strada e qualche amico, ospiti in stanze improvvisate e sparse in tutta la città.
Sono richiedenti asilo eppure la questura di Roma non ha loro dato un posto in un centro a cui avrebbero diritto: una famiglia con 5 bambini. La più grande ha 12 anni.
L’Ufficio immigrazione di Roma Capitale di Via Crescimbeni, deputato alla ricerca di posti sia in accoglienza SAI che ordinaria, ha dato loro un appuntamento ad Aprile.
L’Help center che trova collocamento nei dormitori della città non ha trovato posto.
Una famiglia somala con 5 bambini piccoli, la famiglia di Zam Zam.
“Quindi dobbiamo denunciarvi al Tribunale dei minori? Lei mi sta dicendo che non avete posto per un famiglia con bambini?”- sono le parole incomprensibili che ascolta Zam Zam, non le comprende ma sente il tono della voce alterato. Non si scompone, guarda altrove. A 4 anni sa già che questo non è un gioco e che probabilmente anche stanotte non avrà un posto per dormire
Finalmente dopo circa due ore di attesa al telefono gli operatori della sala operativa sociale di Roma trovano un posto almeno per la madre e le bambine. Non esistono posti per nuclei familiari, i padri non hanno il “diritto” di stare con le mogli e i figli, si arrangino.
Sono le otto e mezza di sera. L’operatore al telefono ci dice che è necessario fare il tampone a tutti per accedere nel centro “Potete risolvere questo problema?”.
Guardo Zam Zam e lei mi osserva. Non ho parole, mi e ci aspettavamo una procedura standardizzata “ il diritto sovrano del fanciullo”, che ovviamente non ci sta. Sono le otto e mezza di sera e non ci sono farmacie che facciano tamponi ( che sono tra l’altro a pagamento). Bisogna quindi chiamare in ospedale. Attacco il telefono e guardo Zam Zam “dobbiamo aspettare ancora”, lei distoglie lo sguardo, mentre le sorelle guardano fisso verso chissà dove.
A Termini fanno i tamponi gratuiti la notte, ma sono a disposizione soltanto per l’emergenza degli ucraini.
Squilla di nuovo il telefono,dopo ripetute chiamate finalmente l’ospedale San Giovanni risponde: possono andare a fare il tampone e quindi entrare in una temporanea accoglienza in attesa che abbiano accesso all’accoglienza cui hanno pieno diritto .
Sono le 10 di sera. Le bambine sono semi addormentate sulle sedie. Zam Zam, invece, non ha mai chiuso gli occhi.
Sono circa le 10.20, arrivano due operatori della SOS con una macchina che non è sufficiente per trasportare tutti.
Accompagniamo insieme a loro la madre con il bimbo con un nostro mezzo . Il papà saluta la sua famiglia e porta con sé il passeggino, troppo grande per essere trasportato.
Lui è rimasto fuori.
La Prefettura di Roma, l’Ufficio Immigrazione di Roma capitale e la Questura di Roma,ufficio immigrazione, per noi dovrebbero rispondere di abbandono di famiglia con minori in strada, di incapacità ed imperizia.
Il Comune di Roma che lascia famiglie con minori in strada dovrebbe essere processato per abbandono di minori, incapacità, inerzia ed imperizia.

 

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *