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Il ghetto e la “sanatoria”: il ricatto dei documenti e la reiterazione dell’umiliazione

Sono i giorni della Sanatoria e come tanti altri attivisti siamo in giro per dare informazioni ed ascoltare le centinaia di storie delle persone che, oltre a non ricevere sufficiente o nessun sostegno dallo stato ai tempi del Covid, hanno anche il problema della regolarizzazione, ossia quello di dover continuamente cercare strade e soluzioni per avere o rinnovare un permesso di soggiorno in questo Paese. Non essendo italiani devono ricevere un permesso dallo stato ospitante, che si arroga quindi una prepotenza in più: far valere l’essere indigeni come privilegio e pretendere che “gli altri” debbano ricevere un loro permesso.
Nelle campagne di Foggia vivono migliaia di lavoratori stranieri, nella maggior parte dei casi reduci da un sistema di accoglienza fallimentare nel tempo e portatore soltanto di carte e giornate dagli avvocati o nei tribunali, percorsi ad ostacoli inenarrabili, per lo più privi di qualsivoglia diritto. Molti non hanno imparato l’italiano perché appena giunti, dopo mesi a dormire in stanza, hanno preferito cercarsi una fatica onesta per inviare soldi alla famiglia, buttandosi nelle braccia di caporali o sfruttatori e vivendo sostanzialmente in situazioni abitative precarie, dove mancano acqua ed elettricità. Con in tasca un permesso per attesa asilo e talvolta nemmeno quello. Altri con lo status di rifugiato o la protezione sussidiaria che dopo aver cercato lavoro nelle grandi città, non essendo riusciti a pagare un affitto con il rincaro mostruoso dei prezzi, hanno preferito vagare da una raccolta all’altra costruendosi una capanna in cui tornare di anno in anno, con lo scopo sempre di guadagnare qualcosa per sopravvivere ed inviare i soldi alla famiglia al paese.
Tra le carte degli avvocati ed i contratti in tasca leggiamo i raggiri dentro cui sono finiti senza saperlo o sapendolo senza però poterlo evitare: avvocati truffaldini che hanno scritto ricorsi copia; contratti di 8 ore a fronte di 20 di lavoro al giorno ed il raggiro costante delle istituzioni negli uffici chiusi o dietro telefoni a cui nessuno risponde o negli uffici immigrazione che rimandano appuntamenti per i rilasci a oltranza pretendendo carte di ogni sorta.
Samuel racchiude in sé dieci anni di lotte e ostacoli. Era a Rosarno nel 2010, quando spararono a due suoi amici. Il giorno dopo gli scontri e poi, il caos. Sei mesi in un centro di detenzione, a Bari. E se molti di quelli che erano a Rosarno e anche di quelli che non c’erano, sono riusciti negli anni ad avere un permesso per motivi umanitari, lui, dopo dieci anni, continua a rinnovare un permesso di soggiorno per richiesta di asilo, un foglio di carta, ormai straccia, che non gli ha mai permesso di avere un contratto a suo nome. Dieci anni di lavoro in campagna senza contratto o con contratti con nomi altrui, non dimostrabili e quindi non ammissibili a fare domanda per un provvedimento di emersione del lavoro nero che tuttavia richiede di dimostrare la presenza di un rapporto di lavoro regolare. Il “capo” con cui ha lavorato per anni è morto l’anno scorso. Adesso Samuel ha un negozio sulla pista di Borgo Mezzanone, un nuovo ricorso, e poche possibilità di essere riconosciuto legittimo nel paese nel quale ha passato gli ultimi 12 anni della propria vita.
Walter è arrivato da minore e non si è accorto che alla maggiore età avrebbe perso il permesso, così sfodera un permesso vecchio per minore età, che nessuna delle persone tra operatori e funzionari di vario genere, gli ha detto che poteva prolungare o cambiare in altro. Così ora è solo una carta scaduta, come la scritta sullo yogurt. Una cosa che si ha in tasca ed è pure colorata, ma se la apri puzza di marcio e non dà accesso ai diritti.
Morgan è stato raggirato due volte: da chi gli ha fatto un contratto falso senza dirglielo e dall’ufficio immigrazione che ha penalizzato lui quando lo ha scoperto, dandogli un’espulsione, mica al suo datore, figuriamoci!
Yussuf ha il suo negozio sistemato con gli alimenti e le bibite posti in ordine di scadenza e qualità, la televisione accesa ed il volto sempre sorridente ed accogliente. Lavora tutto il giorno, lo sguardo lontano oltre le baracche, i campi di papaveri, il CARA con le mura cadenti, chiacchierando con gli amici che sempre lo vengono a trovare: perché ha una parola per tutti sempre ed uno sguardo che ti vede bene dentro.
Cercare la residenza per rinnovare il permesso, cercare un lavoro per rinnovare il permesso, un avvocato per un ricorso e poi ancora per reiterare una domanda o addirittura una casa, perché a Foggia se non dimostri di avere un contratto di casa non ti rinnovano il permesso per lavoro.
Espulsi dalle città espulsi, da ogni diritto, in tanti si ricostruiscono piccole case in legno e cartone e qualcuno in muratura: alcuni alzano le mura delle prossime casette. Si ricostruiscono bar, piccoli ristoranti, salumerie, barbieri. Costruire case per ricostruirsi un nome, una dignità perennemente negata nelle nostre città.
La Sanatoria è la legge del più forte e rispecchia esattamente quello che ognuna di queste persone vive ogni giorno: la truffa, l’inganno, il mercimonio, la reiterazione dell’umiliazione ed una risposta certa: che questo è un mondo freddo, ingiusto e non è bello come si pensava fosse bella la “democrazia”.
È un provvedimento sbandierato come soluzione allo sfruttamento e al caporalato, come soluzione per svuotare i ghetti di Italia. Ma camminando per le strade polverose di Borgo Mezzanone, dove il sole non dà tregua, ci rendiamo conto che quelle nei ghetti e nei casolari saranno le persone con maggiore difficoltà ad accedere. Non solo per l’isolamento spaziale e sociale, ma anche per la difficoltà a trovare un datore di lavoro disponibile a presentare domanda per loro.
La maggior parte delle persone qui, il datore di lavoro forse neanche l’ha mai visto. La mattina alle cinque sale su un furgone e percorre kilometri per arrivare sul luogo di lavoro, un campo o una fabbrica. Il rapporto si ha con il caporale, il “capo nero”, l’intermediatore, ma il “capo bianco” rimane spesso ignoto. Conoscendo in prima persona questa realtà, la Ministra Bellanova ha voluto inserire il secondo tipo di percorso, da seguire per chi non ha la possibilità di trovare un datore di lavoro. Ma i limiti per accedervi sono tali che ad ogni modo una gran parte di persone rimarrà esclusa, sempre più ai margini delle nostre società, e tuttavia così centrale per la loro esistenza.
Dentro le case di cartone tutto è in ordine. Poche cose sistemate. Ci si toglie le scarpe per entrare. A terra i tappeti e sul soffitto stoffe attaccate con i tappi delle bottiglie. La notte si gela e i sogni sono attaccati al muro con i tappi di bottiglia, incredibilmente reggono e speriamo un giorno si trasformino in una protesta che spazzi via la nostra società di soprusi e ingiustizie, come le fiamme che bruciano e non lasciano scampo.
Sono le due di notte, intanto Joy sorride di un’ora di libertà mentre parla al telefono con l’amica delle scarpe nuove. Bussano alla porta, deve tornare al lavoro.
Reportage di Camilla Macciani e Yasmine Accardo, attiviste di Pensare Migrante
Foto di Camilla Macciani per Pensare Migrante

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