Corridoi umanitari,  diritti,  donne migranti

Afghanistan: ritorno in gabbia

“C’era una volta un popolo illuso, un popolo addormentato in un dolce sonno. Questo popolo aveva creduto nella speranza, aveva celebrato il principe democratico. Poco importava chi fosse e da dove venisse, aveva portato un dono troppo luccicante per non essere accettato. Era l’illusione della libertà.”
 
Racconta con voce stanca M., interprete afghano, che in questi giorni lavora senza sosta al gate 5 di Fiumicino dove arrivano le famiglie afghane che hanno collaborato con il contingente italiano. Racconta di donne e bambine terrorizzate al controllo medico “Chi sono questi uomini che ci toccano mamma, sono i talebani?” Si strazia al solo pensiero di tanto orrore.
L’Afghanistan esce da venti anni di occupazione militare con un sistema al collasso: corruzione, istruzione in forte difficoltà, infrastrutture abbozzate, un tessuto sociale radicalmente mutato, terrore. Nessuno sa cosa accadrà adesso, ma soprattutto domani quando si spegneranno i riflettori dei media internazionali.
A preoccupare non sono i Talebani ma il loro nuovo, ingannevole volto. Oggi siedono al fianco dei diplomatici delle superpotenze, rilasciano conferenze stampa da tavoli tirati a lucido, parlano di diritti delle donne. Sarebbe l’unica nota positiva pensare quanto forte sia diventato il movimento femminista internazionale per costringerli a rimettere le donne al centro della società, se non fosse che nessuno gli crede tantomeno le femministe afghane che infatti promettono battaglia. Oggi l’Afghanistan vive un nuovo incubo in cui le persone si aggrappano e precipitano dai carrelli degli aerei militari in ritirata. Nessuno dovrebbe sapere cosa significhi temere meno la morte che la visione del futuro.
 
“Ora il sonno è finito, il sogno si è interrotto, la speranza è caduta, precipitata, si è schiantata su i volti delle nostri madri, sorelle, mogli. Le stesse che avevano preso parte a questa chimera, che si erano illuse, che avevano studiato che si erano liberate. La porta della gabbia si è chiusa! La guerra è tornata.” – continua M. – “Il dolore ha ripreso il suo posto, come se non se ne fosse mai andato via, come se avesse aspettato, nascosto, per 20 anni. Il nostro sogno non era d’oro, né d’argento, era un sogno metallico, pratico, in cui ancora ci sentivamo vittime, lo eravamo in effetti, ma era comunque un sogno e come tale lo ricorderemo. Adesso la porta è chiusa, la gabbia è sigillata e noi, anche quelli che si illudono di essere fuori… Noi, siamo tutti dentro. Mi chiedono di immaginare un futuro. Che futuro c’è dentro una gabbia?”
 
Oggi, l’Europa si dice pronta ad accogliere, non senza riserve, e come sempre senza garanzie che l’accoglienza sia reale.
Sono migliaia infatti le persone che cercano di oltrepassare i confini con l’Europa ogni giorno, quelle rinchiuse nei lager libici, quelle che affogano nella traversata. Tra il clamore mediatico intermittente e intossicato dalla narrazione della propaganda anti migratoria, ciò che sappiamo è che le promesse dell’Europa di accoglienza sono troppo fragili, troppo illuminate dai riflettori adesso, per rimanere fermi ad aspettare che l’Occidente faccia la propria parte dagli scranni delle Istituzioni, per poi battere la ritirata: l’accoglienza non è un iter burocratico, l’accoglienza è la traduzione pratica di quei diritti umani che abbiamo guadagnato con la lotta è che abbiamo il dovere di difendere ogni giorno.
 
In foto Shamsia Hassani, prima street artist di #kabul, al lavoro sua una delle sue opere di denuncia ” Voglio rendere l’Afghanistan famoso per la sua arte, non per la sua guerra”.
 
 

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *