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Accoglienza senza discriminazioni, pioggia di diffide e un passo avanti

Dopo oltre un mese di guerra in Ucraina, l’Europa sembra aver riscoperto la pietà e la solidarietà verso i profughi, mentre sembra ancora ignorare l’importanza di un sistema di Diritto internazionale in cui gli Stati possono offrire accoglienza immediata a chi fugge da un conflitto.

Anzi dai tanti conflitti a fuoco, alcuni appena oltre il confine, alcuni più lontani negli anni e dalle frontiere come quello in Somalia.

Sono decine i cittadini somali che seguiamo con lo sportello legale di Pensare Migrante.

Arrivano da altri Paesi europei come Svezia, Germania, Danimarca dove si erano ricongiunti con le famiglie e richiesto asilo ma che, per effetto del regolamento di Dublino, gli è stato negato.

Sono in Europa anche da otto, dieci anni, hanno famiglie e parenti nei Paesi che li hanno respinti, eppure non sono riusciti a ottenere un titolo. Sono giovani e anziani, tanti con patologie croniche importanti, eppure il bastione arrugginito del regolamento di Dublino si è abbattuto indistintamente anche su di loro.

 

Una volta rimandati in Italia, Paese di sbarco, si sono recati alla Questura di Roma per chiedere di riaprire o aprire per la prima volta la procedura di asilo, che in base alla normativa europea (Direttiva 33 del 2013) e le normative nazionali in tema di accoglienza, principalmente il DLGS 142 del 2005 rafforzato dal Dl 130 del 2020, dà loro anche diritto immediato all’inserimento nel circuito di accoglienza. Questo non accade invece praticamente mai e anche loro si sono ritrovati in strada, con tempi di attesa, tra l’appuntamento per il foto segnalamento e l’ottenimento del C3, di mesi.

Ai danni si aggiunge la beffa: non solo la Questura non provvede all’inserimento in accoglienza, ma ai richiedenti asilo viene chiesto del tutto illegittimamente un indirizzo di residenza a Roma.

 

Per darvi la dimensione dello stato di vulnerabilità a cui queste persone sono esposte dalla mancata applicazione delle normative della Comunità Europea, abbiamo seguito il caso di un giovane somalo che per sei mesi, visti i continui appuntamenti e rinvii della Questura, ha dormito in una macchina/dormitorio con turnazione. Un altro caso esemplare e gravissimo di questa disfunzione è quello della famiglia somala con bambini lasciata in strada oltre un mese.  

Disfunzione di sistema ancor più grave se si considera che queste persone non si interfacciano solo con la Questura ma anche con l’Help Centre, deputata alle richieste di accoglienza nei dormitori, come la Caritas, come l’Ufficio immigrazione e accoglienza SUAM di Roma Capitale, e altre strutture.

Ecco, noi non ci pacifichiamo di fronte al fatto che la Questura non riesca a trovare accoglienza per una famiglia con minori, che questa viva in strada per oltre un mese senza trovare una soluzione entro tutto il sistema, se non, al limite, separare i genitori e i figli, soluzione storica e oltremodo inaccettabile. Ricordiamo che, la mancata accoglienza viola l’art. 3 della convenzione E.D.U. (trattamenti inumani e degradanti), come da sentenza Corte E.D.U. del 02.07.2020

 

Preso atto che la Questura non ha dato accoglienza e al fronte di rinvii di anche cinque sei volte delle pratiche, abbiamo inviato noi tramite PEC alla Prefettura e all’Ufficio immigrazione e accoglienza SUAM di Roma Capitale, le richieste di accoglienza per loro.

 

Per chi era in strada già da più di sei mesi abbiamo presentato una diffida che dà alle istituzioni competenti un mese di tempo dal momento in cui il richiedente ha espresso la volontà di essere inserito nel sistema di protezione internazionale fino alla sua inclusione nel circuito di accoglienza, nel mancato avvenimento della quale abbiamo presentato ricorsi con l’Avvocato Nicola Parisio.

Sono partite diffide anche verso il SUAM di Roma Capitale la cui efficienza è stata per nostra esperienza pari a zero.

 

Per alcuni la Prefettura ha risposto con l’inserimento nel Circuito di Accoglienza Straordinaria, mentre l’Ufficio di Roma Capitale non ha mai risposto. Nelle diffide inviate al Comune di Roma che si occupa di gestire l’accoglienza del SAI (ex SPRAR) abbiamo denunciato l’assenza di trasparenza nelle assegnazioni dei posti nel sistema SAI chiedendo di istituire una graduatoria pubblica di liste di attesa nel rispetto della normativa sulla privacy. Un’azione necessaria per una pubblica amministrazione.

 

Abbiamo ottenuto un incontro in Prefettura durante il quale abbiamo avuto riscontro di quanto temevamo: dovrebbe essere la Questura a comunicare alla Prefettura le richieste di accoglienza, ma queste richieste alla Prefettura non sono mai arrivate: per mesi e mesi ai richiedenti sono stati promessi dei posti senza che la richiesta fosse mai partita.

Il motore del sistema di accoglienza si è ingrippato. Per chi arriva da mare, tra navi quarantena, CAS e CPR si attiva, male, malissimo ma si attiva, per chi arriva via terra per effetto di Dublino e del tracollo delle politiche migratorie, il motore non parte proprio.

 

Dall’incontro con la prefettura un passo in avanti: la dirigente immigrazione dell’ufficio territoriale del governo ha emesso una circolare che indica alla questura l’obbligo di inviare le richieste di accoglienza al momento della manifestazione della volontà di chiedere asilo anche per chi arriva “via terra” e in questi giorni il nostro compito è monitorare quanto annunciato dalla Prefettura affinché l’accoglienza sia realmente garantita a tutti coloro che ne hanno diritto compresi i cosiddetti “dublinati”.

 

Ci auguriamo che la nostra azione legale porti a ripristinare e migliorare in ogni procedura il sistema di Diritto internazionale a tutela di chi è costretto o sceglie di lasciare il proprio Paese, sistema che invece brancola a brandelli di soluzioni d’emergenza e di regolamenti obsoleti nell’inferno delle politiche migratorie degli ultimi anni.

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