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3 Ottobre 2013 Lampedusa un’isola piena di dolore che porta il peso dell’indifferenza del mondo

3 Ottobre 2013
Dopo sette anni dalla strage di Lampedusa, in cui persero la vita 368 persone in un naufragio non distante dalla costa dell’isola, nel Mediterraneo si continua a morire.
Di fronte alla parata di bare senza nome, tutti i capi di Stato europei dissero, mentendo, “mai più morti in mare”. Tuttavia, nessuno ai vertici dell’Unione Europea è riuscito ad andare oltre le parole, creando una missione di ricerca e soccorso gestita a livello europeo e favorendo maggiori canali legali di ingresso, l’unica soluzione a lungo termine contro le morti nel Mediterraneo.
Chi migra non solo ha continuato a morire in mare ma si è schiantato contro muri di discriminazione, di violazione del diritto internazionale e dei diritti umani ovunque: frontiere esternalizzate e militarizzate con Frontex, hot spot prigione, criminalizzazione del salvataggio marittimo e delle ONG, carceri in Libia finanziate con soldi europei, Decreti Sicurezza e Immigrazione in Italia e poi, ancora e ancora, muri di segregazione nei CPR, l’accoglienza svilita e osteggiata da pregiudizi, campagne mediatiche di odio.
Lampedusa da approdo di speranza è diventata palcoscenico di un teatro triste, rappresentato con spot elettorali e manifestazioni di disumanità sul sangue di chi migra.
Nel 2013, insieme a quei morti, pensavamo di aver toccato tutti il fondo, che quella tragedia fosse almeno servita a un cambiamento radicale. Ci sbagliavamo, era solo l’impatto con la punta di un iceberg, oggi sappiamo quanto sia grande la sua base, fatta di naufragi invisibili, di violenze e violazioni dalla partenza all’arrivo, per cui nessuno sembra più provare dolore, vergogna.
Foto di Massimo Sestini—Polaris Cimitero delle barche a Lampedusa, “un’isola piena di dolore che porta il peso dell’indifferenza del mondo”

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